...fermarsi ogni tanto sulle rive di questo mare che è la vita a narrare quello che vedo tra le onde...

11 dicembre 2016

Vento di avvento 2016

Foto di geralt da Pixabay
Si avvicina il Natale, siamo già da qualche settimana nel tempo di Avvento: tempo di veglia, di riflessione, di preparazione al S. Natale. Le strade delle città si riempiono di luci colorate, si moltiplicano le case di Babbo Natale, tutti in giro a vedere le vetrine per scegliere i regali. E così rischiamo di dimenticarci di quello che è il vero significato dell'Avvento: l'attesa della venuta di Gesù.
Mi ha fatto riflettere un brano di padre Ermes Ronchi, presbitero e teologo. Ve lo propongo, sperando che sia di riflessione anche  chi legge questo blog...


Inizia il tempo dell’Avvento, quando la ricerca di Dio si muta in attesa di Dio. Di un Dio che ha sempre da nascere, sempre incamminato e sempre straniero in un mondo e un cuore distratti. La distrazione, appunto, da cui deriva la superficialità “il vizio supremo della nostra epoca” (R. Panikkar). “Come ai giorni di Noè, quando non si accorsero di nulla; mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito e non si accorsero di nulla”. È possibile vivere così, da utenti della vita e non da viventi, senza sogni e senza mistero. È possibile vivere “senza accorgersi di nulla”, di chi ti sfiora nella tua casa, di chi ti rivolge la parola, di cento naufraghi a Lampedusa o del povero alla porta. Senza vedere questo pianeta avvelenato e umiliato e la casa comune depredata dai nostri stili di vita insostenibili. Si può vivere senza volti: volti di popoli in guerra; volti di donne violate, comprate, vendute; di anziani in cerca di una carezza e di considerazione; di lavoratori precari, derubati del loro futuro. Per accorgersi è necessario fermarsi, in questa corsa, in questa furia di vivere che ci ha preso tutti. E poi inginocchiarsi, ascoltare come bambini e guardare come innamorati: allora ti accorgi della sofferenza che preme, della mano tesa, degli occhi che ti cercano e delle lacrime silenziose che vi tremano. E dei mille doni che i giorni recano, delle forze di bontà e di bellezza all’opera in ogni essere. L’altro nome dell’Avvento è vivere con attenzione. Un termine che non indica uno stato d’animo ma un movimento, un ‘tendere-a’, uscendo da sé stessi. Tempo di strade è l’avvento, quando il nome di Dio è “Colui-che-viene”, che cammina a piedi, senza clamore, nella polvere delle nostre strade, sui passi dei poveri e dei migranti, camminatore dei secoli e dei giorni. E servono grandi occhi. “Due uomini saranno nel campo, due donne macineranno alla mola, uno sarà preso e uno lasciato”: non sono parole riferite alla fine del mondo, alla morte a caso, ma al senso ultimo delle cose, quello più profondo e definitivo. Sui campi della vita uno vive in modo adulto, uno infantile. Uno vive sull’orlo dell’infinito, un altro solo dentro il circuito breve della sua pelle e dei suoi bisogni. Uno vive per prendere e avere, uno invece è generoso con gli altri di pane e di amore. Tra questi due uno solo è pronto all’incontro con il Signore. Uno solo sta sulla soglia e veglia sui germogli che nascono in lui, attorno a lui, nella storia grande, nella piccola cronaca, mentre l’altro non si accorge di nulla. Uno solo sentirà le onde dell’infinito che vengono ad infrangersi sul promontorio della sua vita e una mano che bussa alla porta, come un appello a salpare.
A tutti un augurio di un tempo di Avvento che porti frutto. Fatemi sapere nei commenti come lo vivete.